L’ambiente come metafora educativa

Affinché il bambino si sviluppi in modo autonomo e abbia fiducia in se stesso e nelle proprie risorse, occorre che dapprima si instauri un clima di sicurezza affettiva con le sue principali figure di riferimento: i genitori o, nel contesto scolastico, l’insegnante. Per favorire questa fondamentale dimensione esistenziale, il bambino deve essere posto nella condizione di dirigere “la mente e il cuore” verso l’educatore, condizione che non può essere realizzata né con discorsi, né con divieti, né con imposizioni, sia in considerazione della giovane età dei piccoli, ma sopratutto per il fatto che mente e cuore non si lasciano convincere da discorsi, divieti e imposizioni a nessuna età.

E’ dunque importante interrogarsi su cosa debba ricadere la prima attenzione dell’adulto educatore. Ne deriva che il suo intervento, secondo la pedagogia di Lòczy, può risultare determinante non tanto per promuovere interventi educativi basati sulla stimolazione precoce, quanto nella predisposizione di un contesto ambientale vantaggioso al fine di strutturare sane dinamiche relazionali che, a loro volta, sono indispensabili basi per gli apprendimenti.

Secondo la pedagogia di Emmi Pikler ed il pensiero di Henry Wallon - il cui progetto educativo aderisce pienamente ai principi cardini di una pedagogia attiva e orientata a cogliere le competenze e le capacità dei bambini fin dai primi giorni di vita - ogni bambino è spinto dal desiderio di conoscere il mondo e di fare esperienze nuove.

Questa curiosità, tuttavia, può riservare, in alcuni casi, anche uno stato d’animo di ansia verso il mondo e sopratutto verso ambienti extrafamigliari, quali quello scolastico, in special modo all’inizio del percorso di istruzione. I risultati della ricerca psicologica confermano che l’ansia sia un terreno sul quale nulla può fiorire.

Nel nostro spazio, limiteremo la riflessione all’ambiente scuola quale ambito delle prime esperienze fuori dal nucleo famigliare. A generale fondamento della relazione educativa con bambini all’ingresso nel mondo scolastico è opportuno adottare alcuni organizzatori funzionali fra i quali due hanno valore speciale: la comunicazione e l’equilibrio.

Cosa trasmette l’ambiente scolastico al bambino che vi si trova immerso per molte ore al giorno? Quando il piccolo volge lo sguardo nell’ambiente di lavoro trova elementi di equilibrio? Lo spazio nel quale agisce favorisce la relazione con l’adulto o propone punti di riferimento che disorientano invece che sostenere l’attenzione?

Le capacità attentive hanno a che fare con la maturazione neuro-fisiologica che, all’ingresso a scuola, non sono ancora governate dalla volontà. E’ quindi importante che l’adulto sostenga adeguatamente il bambino piccolo affinché questi mantenga l’attenzione sul contenuto della lezione per tutto il tempo necessario. Una equilibrata organizzazione del contesto ambientale diventa così un efficace aiuto nel favorire l’attenzione prolungata, la relazione con l’insegnante e, in una parola, l’apprendimento.

È evidente che intervenire sull’organizzazione dell’ambiente scolastico può comportare la messa in discussione di consuetudini da tempo adottate e che, se adatte all’infanzia di un recente passato, sembrano meno adeguate oggi che il gruppo classe è formato da bambini già sovraesposti a stimoli visivi. Nella giornata tipo l’occhio del piccolo è bombardato da ogni parte da immagini, che nel loro continuo susseguirsi “impigriscono” la capacità di osservazione. L’assuefazione ad uno stimolo infatti alza la soglia della percezione. La quantità di messaggi proposti dall’esterno costringe i bambini a vedere senza concedere loro lo spazio ed il tempo necessari ad osservare. Molte forme di disgrafia sono la conseguenza di un mancato orientamento nello spazio bidimensionale del foglio che origina proprio da una sorta di “cecità” che impedisce di cogliere l’orientamento dei grafemi.

Ne deriva che se nell’aula scolastica si ripropone l’affollamento visivo offerto dai media, dalla pubblicità etc, nemmeno la scuola sosterrà l’evoluzione fisiologica delle capacità attentive, della discriminazione della forma, dell’orientamento bidimensionale e, quel che è peggio, proprio là dove le stesse vengono richieste in misura sempre maggiore via via che l’età progredisce. I molti casi di A.D.H.D non sono certo favoriti dall’essere circondati da ogni lato da simboli, slogan, colori etc.

Visito di tanto in tanto, per motivi professionali, scuole dell’infanzia la maggior parte delle quali espone in maniera indiscriminata cartelloni, disegni, illustrazioni, scritte e quant’altro, in maniera che ogni centimetro di muro sia tappezzato. L’ingresso in quelle aule equivale ad un senso di asfissia: manca l’aria e la respirazione resta bloccata in un “inspirio” cui non segue la necessaria espirazione. È da lì che il nostro sistema educativo nazionale inizia ad ingozzare il bambino come fosse un tacchino all’ingrasso sicché la fame di conoscenza, piano piano, viene sostituita dalla nausea. Quando si giunge alla secondaria di primo grado non si ha più nessuna voglia di assumere cibo conoscitivo e l’imparare viene avvertito come un obbligo imposto dallo stato.

Fin dai primi ordini di scuola i muri propongono un costante brainstorming entro il quale, lungi dal richiamare l’attenzione su un focus ben preciso, implode ogni possibilità di una “sana respirazione”. Ovviamente si ricorre qua ad un linguaggio per immagini: esso presuppone che, così come l’organismo si mantiene in vita grazie all’introduzione di ossigeno e all’espulsione di anidride carbonica, allo stesso modo la relazione educativa, e con essa gli apprendimenti, siano vivificati dal com-prendere (prendere con sé) le informazioni, per poi restituire all’esterno ciò che residua dalla loro elaborazione.

L’affollamento visivo è però un fenomeno che nuoce a tutti come ben ci dimostrano i muri cittadini zeppi di pubblicità: scritte, immagini, colori, vengono sfiorati superficialmente in rapida successione per essere stoccati in uno sfondo under ground nel quale la realtà sprofonda. Ma se tale meccanismo di persuasione occulta può funzionare per il commercio, lo stesso successo non è lecito supporre nella formazione degli esseri umani! Impigrire le facoltà percettive fin dai primi anni significa crampizzare i sani aneliti di conoscenza del bambino, ed è operazione tanto dannosa quanto occulto è il suo svolgimento.

Purtroppo qualcosa di simile si verifica anche in alcune camerette. Svolgo, quando necessario, incontri a domicilio e vedo giocattoli ammassati sugli scaffali, contenitori traboccanti di balocchi, lettini strapieni di peluche o bambole di ogni foggia e dimensione. Anche in questi ambienti è impossibile respirare, tutto incombe sull’animo del bambino che, se ne stupiscono i familiari, non vuole mai giocare nella sua stanza e mette in disordine il salotto buono. Certo quando si avverte una costrizione si fugge altrove.

Vorrei dunque esortare gli adulti, per quanto possibile da questa sede, ad adoperarsi per una migliore cura dell’ambiente nel quale si desidera che il piccolo sosti per un tempo prolungato. Che sia l’aula della scuola, che sia la cameretta, facciamo in modo che vengano esposte e portate incontro al bambino solo quelle cose su cui la sua attenzione dovrebbe, per una particolare finalità, centrarsi. E non dimentichiamo che frapporre tra l’adulto e il bambino degli oggetti significa mettere un ostacolo al fluire della relazione. Più il bambino è piccolo e più tale relazione dovrebbe scorrere, essere diretta, autentica. Il bambino rivolgerà “la mente e il cuore” verso l’educatore ed i contenuti che questi gli porta incontro quando l’ambiente che lo accoglie, in primis quello fisico, sarà buono, bello e vero.


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