Principi per una efficace correzione educativa


È giunto il momento di tirare le somme delle nostre riflessioni circa la punizione/correzione, ma, ancora una volta, nessuna bacchetta magica, niente “soluzioni finali” e nemmeno ricette.

In sintesi si può però tranquillamente affermare che se posizioni estreme non sono mai raccomandabili, le stesse diventano deleterie in ambito educativo. Atteggiamenti troppo rigidi o troppo morbidi infatti portano danno. È facile comprendere che una correzione che assuma le caratteristiche di una ripicca o di una ritorsione porti ad una perdita di fiducia da parte del bambino nei confronti dell'adulto e della giustizia del mondo.

Meno intuibile è il danno prodotto da minacce che mai verrano attuate e che per il loro costante restare “nell'aria” mantengono il piccolo in uno stato di ansia che a lungo andare lo logora. La minaccia può anche essere efficace nel breve e medio termine, ma non corregge il comportamento, in quanto induce ad agire nella maniera richiesta per paura e non per convinzione. A lungo termine però lo “spauracchio” perde di efficacia e con tale perdita viene meno la stima per l'adulto, avvertito come incapace di svolgere il proprio ruolo di guida. Ricordo Matteo di 5 anni che di fronte alla solita minaccia, mai attuata, di punizione della madre circa la solita disubbidienza, costantemente perpetrata, le sorrideva con occhi scintillanti dicendole "Tanto so che non lo farai!"

Da qui una sorta di inconscia preoccupazione, da parte del bambino, che si domanda chi mai possa orientarlo e sostenerlo nella propria formazione se l'educatore cui è affidato abdica al proprio ruolo. Da qui anche la conseguente ribellione dettata da una sorta di astio verso colui che lo priva di ciò che gli necessita per diventare adulto a sua volta. Così vediamo i ragazzini rifuggire ogni assunzione di responsabilità (dal riordinare la propria camera, alla cura del materiale scolastico, al rispetto degli impegni e della parola data, etc.) e comandare l'adulto a bacchetta piegandolo al proprio volere.

Si è anche trovata la relativa sigla per indicare quando tutto ciò diventa insopportabile: D.O.P., leggasi Disturbo Oppositivo Provocatorio (meglio creare nuove patologie che intervenire in maniera significativa?)

Già Pitagora di Samo disse che educare il bambino era il modo sicuro per evitare di punire l'adulto e se educare significa “condurre, accompagnare, formare” è chiaro che non possa esserci educazione senza correzione. Correggere è un imprescindibile e supremo dovere di ogni educatore. È anche un compito della massima difficoltà e delicatezza in quanto lo sviluppo del bambino è fortemente condizionato dallo stile d'azione dell'adulto.

Come correggere dunque in maniera rispettosa ma efficace? Affrontare di nuovo questa domanda ci consente, come premesso, di portare a termine le riflessioni sul tema in oggetto.

Quattro parole chiave guidano la risposta : la correzione deve essere sicura, equa, giusta, utile. Mi permetto a questo punto di riportare aforisticamente alcuni principi indicati da E. Gabe e G. Kniebe nel testo La punizione, Ed. Arcobaleno. Evito per tanto di commentare nel dettaglio quanto già sufficientemente esaminato e al fine di lasciare una sorta di “breviario” di più facile consultazione.

  • Quanto più è chiara e plausibile la corrispondenza tra il fatto avvenuto e la correzione/punizione tanto meglio è per il bambino.

  • La correzione/punizione non sia impartita in modo schematico, applicando una sorta di tariffario in cui sia possibile prevedere in anticipo la misura della sanzione: questa prevedibilità priva il bambino della propria dignità.

  • La correzione/punizione deve rivolgersi alla coscienza individuale del bambino stimolandola e illuminandola.

  • Quanto più le conseguenze del comportamento indesiderato avranno una stretta relazione col fatto accaduto e si adatteranno creativamente a tale fatto, tanto meglio verranno accolte nella consapevolezza del bambino. La RIPARAZIONE sarà dunque sempre la conseguenza più appropriata e l'educatore dovrà sforzarsi di trovare, di volta in volta e facendo appello alla propria creatività, una forma di riparazione in cui ci sia la corrispondenza fra atto compiuto e conseguenza.

  • Per approdare a questa arte della correzione l'adulto non mancherà di coltivare in sé la facoltà dell'obiettività, gestendo le emozioni personali in maniera da portare la correzione nella totale calma interiore. Tutto ciò che c'è di personale ed emozionale dovrà tacere.

  • La correzione/punizione sarà tanto più giusta quanto più eviterà di procurare dolore fisico o sofferenza psichica grossolana, ma ricercherà con delicatezza di toccare le corde della consapevolezza del bambino suscitandogli un vago senso di vergogna. Un sano senso di vergogna può infatti agire meglio di molte ramanzine sulla volontà del piccolo di fare meglio in futuro.

Trovare la correzione adatta non è dunque un fatto scontato, si tratta di monitorare costantemente sia il proprio clima emotivo sia quello del bambino in relazione alle circostanze date. Quando si parla di “correggere” è necessario avere come punto di riferimento un corrispettivo ritenuto "giusto”.

Nel caso di una scienza esatta come la matematica non ci sono dubbi in merito: ciò che è giusto non è un'opinione, come afferma il proverbio, così nella quotidianità di tutte le latitudini è certo che 2+2= 4 e chi volesse sostenere altro andrebbe corretto. Nell'ambito comportamentale invece questa certezza viene meno e volendo essere “giusti” in realtà si fa appello al proprio sentimento di giustizia nella convinzione, o nell'illusione, che possa essere universalmente condiviso. Forse così poteva accadere nell'antichità quando gli usi e i costumi differivano di poco da una generazione all'altra. Oggi anche il senso di giustizia ( e con esso la morale) richiede "aggiornamenti”.

Le regole, le leggi, le usanze, mutano, incalzate dal progresso tecnologico che rende leciti comportamenti che nel recente passato erano criticabili. Condividere vita, morte (purtroppo anche in senso stretto) e miracoli on line, spiattellare fatti privati, intimi, e problemi personali di ogni sorta in pubblico, induce il mondo, tanto più se virtuale, ad ergersi a giudice supremo e ad assolvere o condannare sulla spinta dell'emotività.

L'immagine della bilancia come simbolo di giustizia vacilla ed i suoi piatti difficilmente stanno in equilibrio. Qua la riflessione potrebbe allargarsi a macchia d'olio per giungere a considerare l'intero “milieu” socio-politico ed economico col quale dobbiamo oggi confrontarci, ma ritengo che ci siano sedi ben più illuminate e competenti. Volentieri però cito di nuovo Gabe e Kniebe (ibid):

“Per ridiventare sicuro e forte, il senso di giustizia richiede oggi l'appoggio, l'affinamento e la disciplina data dallo sviluppo di un pensiero chiaro, in grado di afferrare la natura spirituale della giustizia, cercato ed elaborato in continuo sforzo di consapevolezza”.

E lo sviluppo di un pensiero chiaro nell'essere umano e che possa affinarsi nel corso della vita in maniera da strutturare un “individualismo etico” in grado di cogliere la natura universalmente spirituale della giustizia prescindendo dalle “mode” e dalle “tendenze” peculiari ad una singola epoca di cultura, è esattamente ciò che vuole realizzare l'Educazione.

Mi preme così concludere l'argomento ribadendo quanto già sottolineato: correggere il bambino è missione suprema dell'educatore, sopratutto in considerazione del fatto che quanto qualifica ogni epoca grava anche sui più piccoli. Venendo ai giorni nostri è triste constatare che in tutto l'ambito delle relazioni educative si incontrano problematiche e difficoltà che prima si incontravano solo in situazioni particolari al punto che bambini caratterizzati dalla proverbiale “mens sana in corpore sano” rappresentano oggi una fortunata eccezione.


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