Punire o correggere? L'adulto fra ira e indifferenza

Nella relazione con il bambino più l'adulto è coinvolto dal punto di vista emotivo e più fa fatica ad essere obiettivo, imparziale, equo, corretto, nella propria reazione, quando il piccolo pone in essere comportamenti dalle conseguenze non desiderabili. La maggior parte di quelli che possiamo definire “errori educativi” nasce proprio dal fatto che si è per un verso vincolati al piccolo sul versante dei sentimenti e dall'altro, contemporaneamente, si è chiamati ad esercitare un'azione che sia simile, per qualità di giustizia e consequenzialità, a quella che la vita offrirebbe.

Come abbiamo già accennato per sfuggire al disagio che tale contraddizione comporta c'è chi si abbandona all'ira e chi, all'opposto, si nasconde dietro l'indifferenza.

Cosa è l'ira?

Per la psicologia è uno stato psichico alterato, conseguente alla caduta di alcuni freni inibitori di fronte ad elementi ritenuti provocatori, dalla qual cosa si deduce che la mia chiave di lettura delle circostanze fa la differenza. Nell'ambito che stiamo considerando avrò una certa reazione se Giovannino rompe deliberatamente il vaso di cristallo, ed un'altra se inavvertitamente, senza intenzione, lo manda in frantumi.

La religione cristiana ci complica le cose in quanto, se da un lato definisce l'ira come un sentimento che inclina alla vendetta, e per tanto lo classifica fra i sette vizi capitali dai quali ci si dovrebbe astenere, dall'altro celebra "l'ira di Dio” quale somma forma di giustizia contro il male. Autorizzati da cotanto esempio si è tentati di emulare la divinità e perdere le staffe tout court qualunque sia la persona che ci sta davanti.

Ma per nostra consolazione Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, ci toglie dai guai: “Colui quindi che si adira per ciò che deve, con chi deve, e inoltre come, quando e per quanto tempo si deve, può essere lodato!” Apprendiamo così che, come fece Gesù nel tempio quando rovesciò i tavoli dei cambiamonete, anche noi possiamo esprimere la nostra collera purchè sia giusta, rivolta al diretto interessato, nel momento adatto e per un tempo adeguato.

Come possiamo applicare tutto ciò al bambino? Con un paradosso, tanto per cambiare.

Per comportarci in maniera sufficientemente corretta scegliamo di restare noi stessi i gestori della nostra ira. Essere sempre presenti a se stessi, come immagino abbia fatto Gesù scacciando i mercanti dal tempio, anche quando si sceglie di adirarsi, per quanto assurdo possa apparire, è la garanzia di un agire pedagogico “sano” pur nei momenti più problematici. Allora posso anche alzare la voce per esprimere la mia disapprovazione per il comportamento del piccolo, nella consapevolezza che le mie parole non saranno un fiume in piena che lo travolge (ricordiamoci sempre che ne uccide più la lingua che la spada...).

Ma non basta. Il saggio Aristotele ci consiglia di adirarci con chi si deve, vale a dire che è compito dell'adulto valutare se, per quel dato bambino, sia opportuno lasciare libera la propria collera o meno. Ci sono piccoli sognanti e giocherelloni che trasformano ogni cosa in un'occasione di svago. Di fronte a costoro può valere la pena di far sperimentare la serietà di certe situazioni manifestando la propria collera purchè sia, come si diceva, nel quando adatto e per il tempo necessario. Non sortisce alcun risultato formativo arrabbiarsi in differita e men che meno prolungare l'arrabbiatura più di tanto. So di madri che mantengono il loro stato iracondo per più giorni con conseguenze deleterie non solo per il figlio ma anche per loro stesse.

Ma anche nel manifestare la propria ira occorre fare un distinguo e cioè darle corso solo se essa nasce da una sincera indignazione per la oggettiva constatazione di una mancanza, di una trasgressione. È importante che l'adulto non si esprima in quanto colpito personalmente! I bambini capiscono molto bene se l'educatore perde le staffe o se il suo intervento nasce dalla volontà di impartire una correzione a scopo formativo. In questo secondo caso, nonostante brontolii e recriminazioni, la lezione sarà accolta come corretta.

Viceversa con bambini già di loro irascibili sarà utile fornire l'esempio di un adulto che, nonostante tutto, sia in grado di mantenere il proprio equilibrio emotivo, in modo tale da addivenire insieme ad una comprensione dell'accaduto e a concordare per il futuro il modo per evitare che l'episodio svantaggioso sia ripetuto.

L'errore peggiore che si possa commettere è però l'indifferenza.

Il lasciar correre è l'atteggiamento esattamente opposto a quello dell'ira incontrollata ed è altrettanto dannoso. Quando l'educatore, a fronte di comportamenti scorretti, omette di intervenire, si crea un'atmosfera di lassismo nella quale il piccolo si sente abbandonato, privato della guida che gli spetta di diritto in quanto “educando”. Così capita che si adoperi per mettere alla prova in maniera sempre più impegnativa l'adulto, quasi per esortarlo a riappropriarsi del proprio ruolo. L'indifferenza è proprio ciò che non dobbiamo portare incontro al bambino e dunque, con le debite accortezze descritte ed in relazione all'età del bambino, è sempre bene intervenire nell'immediatezza dell'avvenimento per poi giungere alla comprensione condivisa dell'accaduto.

Ovviamente posso fare la scelta migliore se so con chi ho a che fare.

I bambini, i figli, gli alunni, non sono tutti uguali e nemmeno sono uguali a loro stessi nelle diverse fasi evolutive e chi vuole darvi ad intendere che ci siano metodi sicuri per la gestione dei conflitti o delle situazioni problematiche sta coltivando illusioni.

L'educatore è tale proprio perchè ricerca la misura quotidianamente e la trova non in base alle informazioni tratte dal manuale di pedagogia, ma verificando quali, di tali informazioni, siano adatte al bambino vero e concreto che gli viene affidato.


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