Punire o correggere? L'educatore come medium fra l'apprendimento del bambino e il suo destin


Qualsiasi adulto educatore sa che, per quanto amorevole, protettivo e avvolgente possa essere il suo intervento, mai potrà evitare al bambino che gli è affidato esperienze tramite le quali il piccolo possa sperimentare sulla sua pelle le conseguenze delle proprie azioni. Parlo di quelle conseguenze spiacevoli, che giungono inaspettate, e che prima di essere dolorose lasciano il bambino incredulo.

La porta dell'armadio fa un curioso rumore gracchiante e Giovannino, di quasi tre anni, si diverte ad aprirla e chiuderla mentre mamma riassetta la camera. Apre e chiude, apre e chiude e si diverte perchè quel rumore è proprio buffo! Giovannino insiste, ma non più di tanto, perchè ben presto le piccole dita si infilano esattamente fra i cardini dell'anta e...

Non so se la mamma si accorge che, prima di scoppiare nel legittimo tragico pianto, Giovannino ha avuto un attimo di stupore in cui, allibito, non può credere che una cosa tanto divertente possa all'improvviso farsi così malvagia da procurargli tanto dolore e per giunta senza preavviso.

Sono cose che capitano e sono cose che, entro questi innocenti limiti, è bene che capitino, anche se è compito dell'adulto adoperarsi affinchè le stesse possano essere evitate. Tuttavia è educativamente importante preoccuparsi, oltre che dell'incolumità fisica del piccolo, anche del fatto che questi apprendimenti dalla vita, possano avere luogo nè troppo precocemente, quando il bambino non è ancora in grado di rielaborarle, né troppo tardi quando lo spirito di avventura si è ormai impigrito.

Se Giovannino insiste per salire su una bici senza rotelle a due anni è decisamente dannosa non solo la “bua” che ne deriverà, ma anche la paura che lo terrà lontano da sane pedalate per gli anni a venire; se invece vuole provare le due ruote a cinque anni e cade c'è il caso che la mamma nemmeno se ne accorga e che risalga in sella determinato a non cadere più. Analogamente se a otto anni sono ancora col triciclo certo evito la “bua”, ma avrò evitato anche indispensabili conoscenze di base che tutto l'amore del mondo mai potrà restituirmi.

Detto questo si arriva al dunque là dove l'adulto deve sostenere il bambino che sta apprendendo dalla vita con gli opportuni interventi. L'educatore può infatti avvalersi di quanto accade di spiacevole affinchè, con il proprio comportamento, con le proprie reazioni ed i propri commenti, il piccolo non strutturi diffidenza nei confronti del mondo, non si senta minacciato dalle circostanze, ma accolga quanto capita come l'opportunità di imparare qualcosa che fino a quel momento era ignota.

Vero che ho le dita viola o il ginocchio sanguinante, ma non è l'anta dell'armadio che è cattiva o la bicicletta che mi ha tradito, non serve fare “totò” a ciò che mi fa inciampare, serve certo disinfettare e lenire, ma nello stesso tempo, e piano piano, serve capire che io solo sono il responsabile delle conseguenze del mio comportamento. Per questo è importante la regia occulta dell'adulto che valuterà prospetticamente se quanto sta intraprendendo il bambino sia adeguato alla sua età, se un eventuale, conseguente “dolore” possa essere retto come opportunità di crescita.

Cosa ha che fare tutto ciò col tema della punizione/correzione?

Nulla, era solo una premessa posta per illustrare una evenienza polare: quella in cui non è la vita che fa da maestra e da' al piccolo la necessaria lezione, ma quando tocca all'adulto farsi maestro e rappresentare egli stesso quella saggezza che alla vita si può solo invidiare.

Entriamo qua nel vivo del dilemma: quando le conseguenze delle azioni non giungono dall'esterno, ma sono io genitore, insegnante, formatore, a doverle stabilire: che faccio? Punisco o correggo? Nel caso dell'anta dell'armadio non sussite alcun dubbio sull'oggettività della lectio magistralis, ma quando tocca a me cosa devo fare? Cosa posso fare? E sopratutto come? Per quanto tempo?

Cominciamo col dire che se mi trovo nell'evenienza di cui sopra ciò significa che per motivi professionali o di parentela ho già una relazione col bambino e che questa relazione, seppure a livelli diversi, mi coinvolge. Il grado di coinvolgimento dipende da molteplici fattori che sarebbe lungo ora elencare, ma sta di fatto che, più o meno coinvolti, quando si è chiamati ad un intervento educativo si pongono in essere misure che si ritengono vantaggiose per l'altro. Il genitore alcolista che in America ha tentato di placare il pianto del figlio infilzandogli una forchetta sul braccio era stremato dalla pena che in quel momento provava per il dolore del piccolo che aveva le coliche e desiderava solo farlo smettere di piangere. Esempio volutamente assurdo che serve però a condividere il fatto che, seppure con modalità non accettabili, l'intenzione dell'educatore di turno vuole il bene dell'altro anche se, come troppo spesso accade, realizza il male.

Come in molti altri casi la bontà dell'intenzione non garantisce alcun successo e, nonostante le buone intenzioni, gli educatori fanno errori. Una prima fonte di errore deriva dal fatto che se da un lato l'adulto è emotivamente (e come potrebbe mai essere diversamente?) coinvolto nella relazione col bambino, nel caso in cui si trovi a dover agire in veste di “colui che stabilisce le conseguenze” deve diventare oggettivo, equo, giusto. Deve cioè staccarsi dal vincolo emotivo per indossare i panni del destino. Mai compito fu più crudele...

Mi domando se sia l'incapacità di reggere questa crudeltà il motivo per il quale oggi molti genitori e molti insegnanti scelgano di essere tanto dannosamente permissivi. Si fa davvero tanta fatica a far tacere il cuore quando, a fronte di richieste o di scelte per molti motivi non accettabili, ci si vede costretti ad intervenire autorevolmente! Sappiamo che è ben più appagante acconsentire, fingere che sia “solo per questa volta” ( bene sapendo che le volte sono già state tante), tollerare perchè “tanto è un bambino” (ma proprio per questo va educato, non potremo educarlo da adulto!) scusare perchè “lui è fatto così e io sono fatto cosà...”.

Insomma mettere i tanto vituperati paletti o ricorrere a qualche forma di sanzione può provocare una sorta di dolorosa spina nel cuore degli educatori. Capita così che il dolore si volti dall'altra parte e mostri la sua faccia meno simpatica: la collera.

Cosa accade quando l'adulto interviene nell'approccio educativo ispirato dalla collera? Punisce o corregge? Si dice che l'ira sia una cattiva consigliera, ma è sempre così?

È quanto cercheremo di comprendere nella prossima riflessione.


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