Punire o correggere? L'importanza di una adeguata assunzione di responsabilità (seconda parte)


Che tipo di persona sarà il bambino che sono chiamato ad educare?

La risposta a questo interrogativo ha a che fare con un valore importantissimo, anzi con il solo valore cui l'essere umano non può rinunciare : LA LIBERTA'.

Certo potremmo anche disquisire su cosa sia la libertà, ma ciò ci costringerebbe a filosofare quando invece vorremmo giungere a stabilire le caratteristiche di un agire pedagogico utile alla formazione dell'individuo. Supponendo dunque che tutti quanti si intenda per libertà una stessa cosa, orientiamo le riflessioni verso lo sviluppo del bambino e la relazione che questo ha con la libertà.

Come ripeto spesso la parola libertà fa rima con responsabilità, per cui se un polo è caratterizzato dalla libertà del bambino, al polo opposto troviamo la responsabilità dell'educatore. In che modo questi due poli possono essere complementari?

Ancora una volta la soluzione di un dilemma ci sposta indietro di un passo e fa sorgere un'ulteriore domanda: il bambino nasce libero? La risposta è chiaramente NO. Non è libero il neonato che manca di autonomia, non è libero il piccolo la cui autocoscienza è in via di formazione e non sa valutare a priori le conseguenze delle proprie scelte. Forse nemmeno alcuni adulti possono dirsi “liberi”, e tanti confondono scelte arbitrarie con libere scelte.

In sintesi possiamo dire che l'essere umano non nasce libero, ma nasce fortemente predisposto alla libertà, sicchè la vita diventa la meravigliosa opportunità di guadagnare quote sempre maggiori di libertà. La ricaduta pedagogica di questa affermazione combacia con la questione fondamentale del nostro tema.

Il bambino non può e non vuole diventare ciò che l'adulto desidera per lui. È legittimo che il genitore, il maestro, si auspichino il “meglio” per quel figlio, per quell'alunno, ma quale sia il “meglio” può essere indicato solo dal diretto interessato e, quel che è peggio, è che più il diretto interessato è piccolo e più misteriosamente ci fornisce tale indicazione.

Il “Vorrei che mio figlio fosse...diventasse...facesse...” può salire in cuore, ma, ciò fatto, va anche relegato in una zona dalla quale non possa interferire con ciò che VUOLE il bambino.

Raramente le due volontà (adulta e infantile) coincidono, poiché le leggi che regolano l'evoluzione dell'umanità affidano ad ognuno di noi una missione unica ed irripetibile per adempiere alla quale servono esattamente le qualità di quel determinato individuo (oggi ancora in nuce nel bambino) e che troppe volte rischiano di essere guastate dall'intervento esterno - sempre a fin bene ovviamente.

La mano dell'educatore deve accompagnare, guidare, e governare il processo evolutivo....quando l'adulto si << arroga il diritto >> di intervenire nello sviluppo di un'altra individualità per determinare una direzione, fa, in fondo, un atto di violenza sulla libertà dell'uomo in divenire” (E. Gabert & G.Kniebe, La punizione, Ed. Arcobaleno)

Si alza il coro delle proteste: “E allora gli lasciamo fare tutto quello che vuole?"

Ancora una volta la risposta è NO. Ma qua la cosa si complica.

Il ruolo dell'educatore si carica di una delicata responsabilità. Da un lato col mio intervento non dovrei intaccare in nessun modo l'edificarsi di quella libertà cui ognuno legittimamente aspira, dall'altro dovrei, contemporaneamente, darmi da fare per rimuovere tutti i possibili impedimenti che possano ostacolare l'approdo a tale libertà.

Come intervenire significativamente, vantaggiosamente, ma con discrezione? Senza mettere a repentaglio la libertà dell'essere in divenire? Innanzitutto chiamando a collaborare un valido aiutante: la frustrazione.

Con questo termine gli psicologi indicarono circostanze ed avversità che dall'esterno potevano andare incontro all'individuo causandogli sofferenze più o meno dolorose. Lo scopo era quello di capire come attrezzarlo per tollerarle e risultare così imperturbabili, una sorta di atarassia, meta già auspicata dagli epicurei.

Nella quotidianità, compresa quella dell'educazione spicciola, invece, non si punta alla tolleranza della frustrazione, a orientare il bambino verso un agire utile a mantenersi in equilibrio nonostante ostacoli e intoppi, ma lo si abbandona all'istintivo re-agire, che si manifesta per lo più con comportamenti problematici cui vengono concesse circostanze attenuanti proprio in virtù del fatto che a questo mondo sia possibile reggere tutto tranne le frustrazioni.

Non posso dimenticare una madre che reclamava in preda al timore che il figlio dodicenne potesse riportare traumi emotivi per il fatto che l'insegnante gli avesse chiesto di attendere alcuni minuti, il tempo necessario a concludere un argomento, prima di uscire dall'aula per andare a fare la pipì.

Certo questo è un caso limite, ma sta di fatto che è diffusissima la tendenza ad evitare il dolore sotto ogni forma, l'abuso degli antidolorifici e degli psicofarmaci lo testimonia.

Mi auguro di essere letta da persone di discernimento che possano riconoscermi un minimo di credito: non sto dicendo di riesumare le ferula del pedagogus romano e di bacchettare i piccoli sulla punta della dita!

Voglio invece invitare a riflettere sul fatto che senza una certa dose di frustrazione il nucleo centrale dell'individuo non può fortificarsi. È questo nucleo che deve essere guarnito delle difese necessarie all'occorrenza! E come un muscolo fisico si atrofizza e non può più compiere alcun lavoro, allo stesso modo l'atrofia dell'interiorità umana diventa qualcosa che non solo è inutile, ma, peggio, mina dall'interno il nostro equilibrio. E come il muscolo scheletrico va mantenuto in esercizio con la giusta dose di stimoli, così deve avvenire per le nostre facoltà interiori.

Ma qua casca l'asino! Sì, perchè se un adulto può autoeducarsi e scegliere di imporsi per esempio determinate rinunce o alcune durezze che possano portare frutti (prassi sempre meno in voga), il bambino non è certo pronto per un analogo comportamento ed è compito dell'educatore attuare quell'intervento che ponga in essere una dose di frustrazione che sia di aiuto al piccolo senza danneggiarlo.

Ah, belle parole, più facile a dirsi che a farsi! E quale sarebbe il metodo sicuro per trovare la giusta misura? Confesso che non è cosa facile: ci si domanda costantemente se la “dose” sia troppa o troppo poca, non si ha mai la sensazione di essere nel giusto, ma già tale scrupolo comporta un esame dell'agire pedagogico e dunque la possibilità di monitorare retrospettivamente scelte e atteggiamenti da parte dell'educatore. L'adulto che si interroga sul proprio operato si pone nella disposizione ideale per farsi ispirare nelle proprie scelte dall'amore per il bambino.

Farsi guidare dall'amore, che mai dovrà scadere nel sentimentalismo, è un primo criterio sicuro per trovare la giusta misura fra autorità e libertà. Proseguiremo le riflessioni autunnali nel solco qua tracciato.


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