Punire o correggere? L'importanza dell'effetto domino

Per affrontare il tema della punizione è importante riflettere sulla relazione fra azione e re-azione, ovvero tra la natura dell'azione che scelgo di compiere e la conseguenza che ne ricevo dal mondo.

Cosa si intende per agire?

Piuttosto diffusa è la convinzione che agire coincida con l'intraprendere azioni grandiose atte a raddrizzare il mondo e che di conseguenza quando venga meno tale facoltà sia lecito astenersi da ogni impresa, ma, come recita un vecchio adagio, “nessuno è peggiore di colui che non potendo fare molto scelga di non fare nulla”. In questa sede però parliamo della quotidianità, di

come sia impossibile essere del tutto passivi e di come ogni singolo atto, ogni gesto, ogni minima iniziativa, possa rientrare nel novero di quelle “opere” che insieme alle “parole” e ai “pensieri” veniva declinata come possibilità di rischio peccaminoso nel catechismo dei miei tempi. C'era del vero in tutto ciò...

Le nostre azioni, per minime che siano, hanno conseguenze nel mondo in base alla stessa legge per cui la farfalla che sbatte le ali a Pechino fa piovere a New York. Le nostre azioni si diffondono nel mondo, spesso non siamo consapevoli dei loro effetti a meno che... a meno che le conseguenze, dalle stesse generate, non ricadano su di noi in base all'effetto domino.

Per l'adulto l'effetto domino può essere del tutto teorico, egli può infatti rappresentarsi un quadro ipotetico del proprio agire ancora prima di porlo in essere e dunque può, preliminarmente, valutare le eventuali possibili conseguenze al fine di compiere la migliore scelta possibile. Per bambini e preadolescenti le cose vanno diversamente.

La capacità di agire in maniera costruttiva nella vita si struttura man mano. Ciò che serve è “l'esperienza”. Grazie all'esperienza arrivano numerosi feedback che consentono di aggiustare il tiro quando fosse svantaggioso. È questo un processo di fondamentale importanza per l'apprendimento. Il vero apprendimento, che non coincide con una mole di nozioni accumulate, bensì nella capacità di trarre istruzioni dalle conseguenze delle proprie scelte, consente così di allargare il proprio grado di consapevolezza al fine di attuare progetti sempre più costruttivi.

A questo proposito gli insuccessi sono una una benedizione formativa. Non c'è nulla di più prezioso dei un cosiddetti “errori” per promuovere rappresentazioni sempre più oggettive del mio agire nel mondo, del mio ruolo nel tessuto sociale. Solo riconoscere il proprio “errore” consente di fare progresso.

Per riconoscere come “errata” una possibile scelta occorre però riconsiderare a posteriori la nostra azione, cosa che genera un insieme di sentimenti che vanno dallo stupore, alla rabbia, alla vergogna, al rimorso e possono giungere anche alla disperazione.

Ma abbandonarsi a questo gomitolo di moti animici non permette di avanzare di un passo. È utile accogliere una sorta di dolore per le conseguenze svantaggiose create, molto più importante sarà però “gettare il cuore oltre l'ostacolo” per guardare al futuro. In tal modo si risveglia vieppiù la consapevolezza che siamo noi i responsabili dei risultati delle nostre scelte. Si giunge, di nuovo, a sfiorare il regno misterioso della volontà.

È la volontà profonda dell'individuo infatti che sola può attivare l'attenzione necessaria a coltivare per un futuro propositi di azioni più “giuste”, o, detto in altri termini, il desiderio di fare meglio.

Ora, se per l'essere adulto tali processi dovrebbero rientrare nel fisiologico dipanarsi della quotidianità, il caso del bambino e del giovane richiede la guida dell'educatore. Egli è così chiamato a fare da tramite fra i “colpi del destino” e le oggettive circostanze della vita.

È a partire da questo punto di vista che l'eventuale punizione può diventare correzione.

Tutto ciò sgombera il campo da moralismi, regole e precetti in quanto appare evidente che l'intervento dell'educatore non sia quello di creare sofferenza al ragazzo, né di porlo, suo malgrado, su una “retta via” pretracciata da terzi, bensì quello di portarlo ad una maggiore consapevolezza del proprio ruolo di attore nella costruzione della propria via, che, in quanto tale, è unica ed irripetibile e che per questo non potrà che essere retta.

Punire si trasforma in correggere quando si punta all'aumento della consapevolezza ed è la coscienza desta che garantirà le forze necessarie a porre in essere scelte adeguate alle diverse possibili circostanze future. Punire, correggere, diventa così un'arte perchè nel proprio strumentario di base l'educatore dovrà scegliere quali misure siano creativamente indicate per quello specifico caso.

Non esistono due azioni uguali poiché non esistono due individui uguali; anche se apparentemente identiche due azioni nascono ognuna da una propria motivazione. C'è chi ruba la mela perchè ha fame e chi la ruba per cupidigia, chi per carenze affettive o quant'altro. La leggenda ci racconta che Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri e dunque si può rubare anche per un senso di giustizia. Appare evidente che la correzione relativa all'azione citata in esempio non potrà essere la stessa nei casi qua supposti pur essendo il rubare un'azione riprovevole sempre e comunque.Per l'educatore il movente fa la differenza ed è questa differenza che potrà orientare l'intervento correttivo.

In realtà non esistono “cattive azioni”, ma solo azioni nelle quali la coscienza, in quel preciso momento, è come offuscata e non vede la situazione a 360 gradi, ma solo il proprio punto di vista:

La fame mi spinge ad obbedire a questa impellente necessità, le mie circostanze non mi consentono di contemplare altro che la soddisfazione del mio bisogno e rubo la mela, il resto non mi interessa.

Oppure vedo una mela così rossa, lucida e profumata che mi assale uno smodato desiderio di possederla, fosse in vendita la comprerei, potessi barattarla o chiederla in regalo lo farei, ma se tutto questo, a torto o a ragione, non mi appare possibile, mi resta un' unica soluzione per soddisfare la mia avidità: rubarla, solo così mi sento appagato, il resto non mi interessa.

Vivo una latente e costante sensazione di angoscia, avverto che qualcosa mi manca, non mi sento mai sufficientemente amato, e così provo ad impossessarmi di oggetti per colmare questo vuoto affettivo. Non importa che sia la banale mela del mio compagno, io me la prendo e se mi beccano finalmente mi daranno l'attenzione che mi spetta di diritto. Il resto non mi interessa.

A Nottingham vige il potere assoluto dei ricchi e dei nobili, il popolo è schiacciato dalle loro prepotenze e dalla pressione fiscale: basta, se il potere politico non riesce a riportare giustizia ed equità ci penso io, Robin Hood, capo dei ribelli, principe dei ladri. Il resto non mi interessa.

E si potrebbe ulteriormente proseguire nella casistica, ma ai nostri fini questi esempi, volutamente provocatori, sono sufficienti a sottolineare che definiamo “comportamenti errati”, “azioni riprovevoli” o “cattive azioni”, quelle azioni nelle quali la luce della coscienza si affievolisce al punto che le stesse non sono dettate dalla volontà di nuocere, ma solo da un intorbidarsi della consapevolezza, sì da vedere appena la punta del proprio naso.

L'intervento correttivo dovrà allora centrarsi sulla più opportuna modalità di mantenere desta la coscienza dell'educando in maniera che egli possa considerare, oltre al proprio punto di vista, anche quello altrui, quello della società, quello del mondo nel quale è chiamato a dare il proprio contributo anche in quelle circostanze che possono provocare un oscuramento della consapevolezza.

Come sostenere il giovane ad approdare via via ad azioni pienamente coscienti? È esattamente quanto andremo a considerare nelle prossime riflessioni. Nel frattempo sarà possibile meditare sull'esempio del Cristo: di fronte all'adultera che la comunità rinuncia a condannare Egli dice: “Neanch'io ti condanno” e tuttavia non dice, come invece accade in altre circostanze, “Io ti perdono”. A tal proposito sottolineano Gabert e Kniebe nel testo La punizione (ed. Arcobaleno - pg. 42) che “Condannare non è la stessa cosa che fare spazio alle giuste conseguenze delle azioni”.


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