Punire o correggere?

Premessa

Era un tempo convinzione comune che la formazione dell'individuo non potesse limitarsi allo sviluppo delle sole facoltà intellettive. Purtroppo l'attuale sistema educativo pare invece occuparsi in maniera sempre più unilaterale dell'ambito cognitivo - o meglio: ci si adopera per coltivare anche un universo etico, valoriale, da porre a fondamento della vita morale, ma con scarsissimi risultati, come le cronache quotidiane testimoniano. È notizia di queste ultime settimana la “bravata” (così viene definita dai media) che vede due minorenni spingere giù dalla scogliera di Calaverdegiglio un anziano di 77 anni che annega. La delicatezza della toponomastica che identifica il luogo rende ancora più tragica la vicenda.

Attualmente nelle scuole di ogni ordine e grado si moltiplicano gli interventi di sedicenti esperti che propongono incontri sulla legalità, sull'affettività, sul bullismo etc. che però si rivelano inefficaci in barba all'impegno profuso dagli addetti ai lavori. Come mai?

Perchè si parla alle menti e non ai cuori. Perchè si tratta la formazione morale dell'individuo alla stregua delle materie scolastiche, si presentano slides su come stare bene insieme, si danno informazioni, si fanno eseguire questionari (rigorosamente anonimi), si fanno notare le eventuali conseguenze penali di comportamenti scorretti e gli alunni, che a domanda tutti quanti correttamente rispondono, escono da questi incontri gioiosi per avere saltato un paio d'ore di lezione curricolare, sbirciando l'orologio per valutare quanto tempo ancora resti prima dell'uscita da scuola.

Alcun comportamento è stato in tal modo scalfito, prova ne è il fatto che gli episodi di devianza comportamentale, che avevano giustificato l'intervento dell'esperto, si ripetono puntualmente con identica frequenza in identiche circostanze. Non si vuole qua, ovviamente, criticare lo zelo di coloro che intervengono in questa direzione, piuttosto si vorrebbe orientare la riflessione sulle modalità attraverso le quali l'educazione valoriale dell'individuo viene porta.

Una prima affermazione: l'universo morale segue vie proprie che in età evolutiva sono slegate dal pensiero.

Se ne deducono alcuni corollari:

- l'approccio formativo della sfera etico-emotiva non può essere mutuato dall'ambito

cognitivo;

- è illusorio credere che ci sia un'età a partire dalla quale sia possibile intraprendere

questo tipo di educazione;

- la scuola da sola non ha, al momento, strumenti per incidere nella direzione in oggetto.

L'educazione delle regioni più profonde ed incoscienti dell'essere umano è l'impegno più gravoso per il pedagogo in quanto egli è chiamato a rafforzare, orientare e prendersi cura della volontà del bambino. Per questo motivo è importante iniziare, ancora prima della sua nascita, ad occuparsi di tutto ciò che in me adulto ha a che fare con la volontà.

Mai i bei discorsi hanno educato i bambini che invece hanno sempre educato se stessi conformandosi sul modello degli adulti che di loro si occupavano.

Troppe volte vedo mamme disperate, insegnanti idrofobe, che si spolmonano per “spiegare” perchè e percome qualcosa debba essere o non debba essere fatto. E troppe volte vedo i bambini, i ragazzi, gli alunni, pazientare, a fronte del fiume di parole, nell'attesa della fine della ramanzina, (la solita per altro), col pensiero che già corre allo svago che l'adulto ha interrotto o che ritarda.

Penosi teatrini, che vorrebbero essere educativi, si replicano quotidianamente nelle varie agenzie pedagogiche senza che la sostanza della realtà muti minimamente.

E non c'è da stupirsi: solo le azioni educano non le parole!

E le mie azioni di adulto educano? Sono imitabili? Ciò che faccio può essere imitato dal piccolo che mi osserva senza che ciò gli rechi danno? Sono in grado di sorvegliare i miei comportamenti per finalizzarli a sensatezza e coerenza interna? O forse adotto pesi e misure diverse a seconda delle circostanze? Quanto sono fermo nelle mie convinzioni?

Mentre seguo buone prassi sanitarie durante il periodo di gestazione, mi preoccupo anche di controllare il mio comportamento affinchè sia salutare per il mio bambino?

I primi educatori sono i genitori e sul loro modello il piccolo struttura le fondamenta della propria vita.

Ai genitori si aggiungeranno via via educatori di professione che potranno però solo erigere, ed in maniera parziale, ulteriori elementi, e mai sarà dato loro di mettere mano alle basi. Così, su solide basi, anche gli insegnanti potranno aggiungere elementi utili e vantaggiosi, mentre su fondamenta deboli il migliore dei docenti vedrà crollare ogni tentativo di edificare.

Quali azioni concorrono a gettare solide fondamenta? Quelle impregnate di autenticità.

Ricordo con infinita tenerezza un bimbo prossimo all'ingresso alla scuola primaria con un linguaggio ancora legato alla prima infanzia sia a livello articolatorio, sia a livello qualitativo che quantitativo. In una primo incontro, avvenuto presso la sua abitazione (al fine di evitare la “patologizzazione” della sua condizione ricevendolo subito presso il mio studio) fui molto colpita dal fatto che al posto dell'erba nel suo giardino fosse stato posato un prato sintetico in polipropilene, che i suoi giocattoli fossero conservati in box di plastica con chiusura a gancio e da usarsi su esplicita richiesta e che nell'angolo dedicato al gioco ci fosse un tappeto di linoleum color caffelatte in mezzo al quale troneggiava una gigantesca gru... di plastica.

Nulla di autentico lo circondava. E mi venne da pensare che se il linguaggio è qualcosa di più che un atto fonatorio era comprensibile che il piccolo avesse poco da dire, che quel poco fosse detto “male” e che, così, come l'erba del suo giardino non sarebbe mai cresciuta, anche la sua espressione verbale poteva restare alla prima infanzia. Un tipico caso di “imitazione dannosa”.

Per evitare questo rischio non occorre una particolare organizzazione domestica, sarà sufficiente tenersi il figlio accanto nelle quotidiane faccende, sì, proprio quelle che ci fanno sbuffare, che sono noiose, ripetitive e che tendiamo a fare meccanicamente svuotate di ogni significato.

Una strategia universalmente valida per impostare sane fondamenta relazionali con i nostri figli al fine di edificare personalità equilibrate, consiste proprio nel mettere “insieme le mani in pasta”, sia letteralmente che in senso lato. Ai piccolini piace particolarmente impastare insieme il pane. Ma dovrebbe essere ovvio che non dovrò usare l'impastatrice: non importa se ci si sporca di farina, se il piano di lavoro sarà poi da lavare. Ciò che salverà l'edificio dal futuro crollo sono le fondamenta che risultano dal partecipare come protagonista all'intero processo, non dall'osservarne il risultato finale! C'è il pane che ci alimenta grazie alla sua somma di sostanze edibili e c'è il pane che ci nutre perchè intriso di forze di volontà, di dedizione e di fatica!

Le esecuzioni automatiche non sono solo irrilevanti per la formazione dell'individuo, sono proprio dannose e depauperano il bambino (e non solo lui) della gioia di vivere che gli tocca di diritto. Vale dunque la pena di coinvolgere nostro figlio nel fare qualche biscotto a mano, nel tritare insieme qualche ortaggio con la mezzaluna, nel lavare i calzini nel secchio sfregandoli col sapone e qualche stoviglia nel lavandino invece che nella lavapiatti, nello sbattere il tappeto col battipanni (atto oltremodo liberatorio e divertente - finalmente posso picchiare duro!!! ) nel montare le chiare con la vecchia frusta a spirale e così via.

In altre parole diremo che al bambino fa bene incontrare nelle sue azioni una certa resistenza. Non così forte da frustrarlo, ma nemmeno così debole da intorpidirlo.

Coltivando ciò che Pietro Archiati definisce “il bel difficile“ eviteremo le trappole della subcultura che offre droghe, dipendenze e che fa crollare le facoltà umane ben al di sotto del livello già raggiunto. Un'infanzia trascorsa ad imitare modelli sani e azioni pregne di significato non potrà che esitare in un'adolescenza in cui la sfida all'educatore possa essere il sintomo di un confronto costruttivo piuttosto che la fuga verso “il vincere facile”.

Ciò che oggi dobbiamo veramente temere è la mancanza di stimoli (E.Gbert G. Kinebe, La punizionde, Ediz. Arcobaleno, pag. 15)

A questo punto il discorso si fa delicato: ci serve sapere di che natura potrebbero essere gli ostacoli che dovrebbero agire da stimoli e come calibrarli via via che il piccolo cresce.

Non esiste la ricetta preconfezionata. Come più volte ribadito in precedenza, le circostanze di ognuno sono diverse da quelle di ogni altro. Possiamo però tentare di scartare ciò che per nessuno funziona.

Cito la scuola per lasciare poi alle successive trattazioni l'approfondimento che l'ambito famigliare merita.

Vige ancora, nel sistema scolastico nazionale, il malcostume, sancito dalla legge, di ridurre a cifre gli elaborati che gli alunni consegnano, nonché la valutazione del loro comportamento e delle loro esposizioni orali. Si ritiene ancora che il voto possa agire come rinforzo degli apprendimenti e dunque orientare il giovane spronandolo ad un impegno maggiore se insufficiente o, viceversa, dandogli la possibilità di quantificare il successo là dove fosse superato il Rubicone dell'insufficienza. Insomma, il nostro sistema di voti da zero a dieci agisce come una sorta di termometro. Ma appunto nessuno si sognerebbe di vedere nel termometro uno strumento capace di modificare il decorso di una malattia. Vero è che il voto fa leva su due cose per nulla utili a gettare sane fondamenta : la paura e l'ambizione.

Inutile nascondersi dietro a un dito, l'equazione che tutti abbiamo fatto e che tutti fanno è: “mi impegno per non prendere un brutto voto” oppure “sono O.K. perchè prendo bei voti”.

Nonostante le insufficienze mai ho trovato, nella scuola dell'obbligo, un alunno che si dicesse dispiaciuto per non avere raggiunto il proprio successo formativo e che per amore della conoscenza si ripromettesse di compensare l'impasse. L'urgenza era evitare le ire del genitore e le eventuali punizioni.

Purtroppo, e lo dico con profondo rammarico, sono anche venuta a conoscenza, in più di un caso, di ragazzi che, licenziatisi con buona valutazione dalla secondaria di primo grado (quelli “sono O.K. perchè prendo bei voti a scuola"), sono poi inciampati nella vita, scivolando rovinosamente alle prime difficoltà del mondo professionale dove la richiesta di abilità, di operative competenze e l'assenza dei voti non gratificavano più la loro ambizione.

Certamente gli alunni hanno diritto ad un feedback, ma resto convinta che il loro impegno, qualunque esso sia, meriti maggiore considerazione di quella che lo riduce a numero entro una scala di valori. Già Michel Foucault nel 1975 sosteneva che i voti erano atti a regolare solo rapporti di potere, ma chi prende a cuore il sano sviluppo dell'essere umano può smascherare queste prassi per procedere invece attraverso relazioni educative.

Da cosa si differenzia una relazione educativa da una che non lo è?

Dal fatto che la principale attenzione dell'educatore è rivolta a se stesso al fine di evitare unilateralità e di oscillare in balia dei due poli opposti che i greci chiamavano antipátheia e sympatheia.

Quando l'educatore, nell'esercizio della sua funzione, lascia fuori le proprie variabili personali e si propone come mero strumento di un'azione che deve essere commisurata il più possibile alle caratteristiche del giovane che gli sta di fronte, allora i due possono davvero, ognuno nel proprio ruolo, edificare qualcosa di solido.

Simpatia ed antipatia, nell'accezione greca dei termini, lasciano così il posto all' en-pátheia, alla volontà, e da qui alla capacità, di comprendere a pieno la condizione altrui.

La relazione educativa allora non deve tendere ad eliminare le inclinazioni, ma solo deve orientarle affinchè dalle stesse possa sortire il meglio per il singolo individuo e per la collettività. 'Addestra il ragazzo secondo la via per lui; anche quando sarà invecchiato non se ne allontanerà.' (Proverbi 22:6).

Certo nel migliore dei mondi possibili tutto ciò avverrebbe fisiologicamente, ma siamo in un mondo che, seppur meraviglioso, non è il migliore e dunque eccoci qua, a disquisire su temi che vanno a toccare ambiti che riguardano il futuro dell'umanità nella misura in cui i nostri figli saranno, sono, parte del tessuto sociale.

Allora un aspetto che ritengo di grande utilità per le nostre riflessioni e che per questo vorrò approfondire riguarderà il tema della punizione.


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