Il mistero della volontá: introduzione

L'anno appena concluso è stato denso di avvenimenti.

Come ogni anno si obietterà, eppure, complice la strage di capodanno, resta la sensazione che fra femminicidi, Expo (passerella di Christo inclusa), referendum costituzionali, terremoti e attentati, il 2016 sia stato particolarmente impegnativo.

Il 2017 non ha potuto far altro che raccogliere una gravosa eredità.

Le persone convivono con lo sgomento dell'impotenza poiché l'ipotetico “nemico” appare tanto più minaccioso quanto non chiaramente identificabile. I sociologi esaminano, i politici decretano, gli psicologi analizzano; qualche comico italiano trova in questo marasma ispirazione per performances cabarettistiche, ma, nella buona sostanza, il disagio e il disorientamento allignano a più livelli.

In un trito deja-vu (nei corsi e ricorsi storici tutto torna a ripetersi) si assiste al rimbalzo delle presunte responsabilità: la colpa è della calata dei Barbari che nessuno ferma alle frontiere. No, la colpa è del Barbarossa che dalla Germania pretende di dettare legge in Italia. E il Bonaparte allora?! Col suo nepotismo sfacciato! E così via nei secoli dei secoli.

Che l'umanità sia avviata ad un degrado lento e progressivo senza scampo? No.

Il messaggio col quale voglio salutare l'anno nuovo intende confermare la fiducia nella natura umana che vede nel bambino il suo più sincero, autentico e valido rappresentante.

Nessun bambino nasce malvagio, nessun bambino nasce colpevole, nessun bambino nasce votato al terrorismo, all'omicidio, alla delinquenza, alla tossicodipendenza; vero che qualcuno, ahinoi, strada facendo, si guasta.

Che fare? “Aspettare da l’argin novo riguardando in arme” pronti ad intervenire al primo segnale di deviazione comportamentale? Certo che no, prevenire resta misura più vantaggiosa che curare. E allora la soluzione, sulla lunga distanza (ma a breve ce n'è?), dei mali epocali riguarda, ancora una volta, l'ambito educativo.Quando iniziare ad educare? Subito - anzi, ancora prima di subito, educando se stessi prima di pretendere di educare i piccoli.

Ma se sull'autoeducazione dell'adulto posso solo “chinar la fronte”, vorrei invece invitare il lettore ad una nuova serie di riflessioni sull'età prescolare.

Il primo settennio è, infatti, quello in cui si struttura la piattaforma di base sulla quale edificare il futuro individuo. Per realizzare ciò dobbiamo occuparci di uno strumento che ha grande potenza, non ingombra, si porta con sé dappertutto e, beh, certo, va attivato.

NO - NON È IL CELLULARE! Il talismano dell'educazione per tutte le età della vita si chiama VOLONTÁ.

Nel primo settennio la volontà è la modalità che permea in maniera dominante le azioni del bambino. Dobbiamo però intenderci sul termine e la cosa non è affatto facile. Andiamo per esclusione: per volontà non si intende la cosiddetta “buona volontà”. Per capirci: non è quella cosa cui si riferisce l'insegnante quando dice al genitore che il figliolo “ha talento ma non si applica, non ha buona volontà”, o almeno non è solo quella.

La volontà è, in verità, una forza talmente profonda che anche a livello linguistico sembra non esserci un contrario. Certo Dante ci ricorda l'ignavia come viltà eletta a norma di vita, e il Medio Evo in generale annovera l'accidia fra i sette peccati capitali come avversione all'operare, ma entrambe queste espressioni colgono solo parzialmente l'ambito della volontà.

Anche la parola composta malavoglia in realtà non ci accontenta in quanto, più che esprimere qualcosa di antitetico, indica una forma scadente della volontà stessa, così come svogliatezza ne sottolinea l'assenza, ma non ne definisce l'opposto.

La volontà che muove l'essere umano è una potenza oscura che si colloca polarmente al pensiero razionale e che, proprio per questo motivo, caratterizza i primi sette anni di vita. La volontà ha a che fare col futuro in quanto implica qualcosa che dovrà essere realizzato e dunque non può che avere una natura dinamica.

Troviamo un paradosso: qualcosa di dinamico si attiva in noi, ma nello stesso tempo sfugge alla nostra razionalità. Nel regno della volontà la coscienza ordinaria è come se dormisse. Così il bambino prima fa e solo poi valuta l'azione. La volontà non può fare altro che spingerlo. Posso, a questo proposito, raccontare un aneddoto personale.

In preda ad uno slancio di creatività e sotto gli occhi attenti della mia prima figlia, allora di cinque anni, avevo sistemato sul tavolo da lavoro un grazioso taglio di stoffa per farne una gonna. Non avevo ancora terminato di stendere bene il tessuto che la bimba, con rapidità fulminea, aveva impugnato le forbici incidendo la mia “gonna” esattamente in quello che sarebbe stato il suo centro se mai avesse visto la luce invece che il contenitore dei non recuperabili. Ho ancora davanti a me quegli occhioni sgomenti che troppo tardi si erano resi conto del danno. Ma tant'è nel primo settennio: il bambino non calcola.

Viene il dubbio che tale volontà coincida con l'istinto, ma così non è. Se infatti la proverbiale gazzella alla vista del leone comincia a correre (e così è per tutte le gazzelle da sempre e per sempre), il cucciolo d'uomo non è interamente programmato. Ciò comporta da un lato la possibilità di errare (nel senso di vagare prima di raggiungere una meta), ma al contempo anche la preziosa opportunità, per lui, di essere formato, educato, e la ineludibile responsabilità, per noi, di farlo senza nuocergli.

Come educare la volontà?

Nei primi anni essenzialmente curando il clima entro il quale il piccolo vive. Attraverso le attività che si svolgono attorno al bambino è possibile conformarne la volontà.

Accorgimento semplice, ma non banale, consiste nel portare ordine e consequenzialità alle solite faccende quotidiane. Più l'educatore partecipa con coscienza alla propria azione, più nel bambino nasce il gusto della partecipazione attiva alla giornata, ai suoi piccoli-grandi progetti; questo si trasformerà, al momento opportuno, nell'amore per la conoscenze, nella curiosità di sapere e allora sí che da adulto avrà una meta cui tendere e per la quale attivare tutta la sua volontà.

Educare la volontà significa garantire anche autonomia e libertà in quanto il giovane che si affaccia alla vita farà tesoro del proprio anelito, avrà ben chiaro il proprio proposito per realizzare il quale attuerà la migliore risoluzione senza farsi distrarre.

Impegnati a connettere ipad, cellulari, pc, portatili, ("che ormai ce l'hanno tutti e se il pargolo alle elementari resta senza si sente diverso"), dimentichiamo di attivare nei nostri figli una connessione ben più profonda con loro stessi e che lungi dal renderli “diversi” li porterebbe invece con successo a distinguersi. Troppo a lungo si assiste al perdurare, in età adulta, di quegli pseudo-ideali adolescenziali che ricevono dignità solo se infiammati dalla appartenenza al gruppo, sia esso quello dei tifosi, del partito, del club, della setta. Non stelle, ma lune, che brillano solo di luce riflessa in un cosmo ormai virtuale.

L'educazione della volontà invece sostiene il bambino a trovare, via via, la propria identità, per collegarsi oggettivamente col mondo senza identificarsi in esso, né perdersi, ma, semmai, arricchendolo con la propria peculiarità. Grazie anche ad internet i ragazzi hanno idee, ma spesso anche a causa di internet viene meno la forza di trasformarle in ideali.

Cosa è un ideale? È la stella che, irraggiando per forza propria, illumina il personale cammino e che dal futuro chiama a sé. Per percorrere la propria via occorre restare orientati verso “quella” stella: è lei, che fra le migliaia d'altre, brilla, per ognuno di noi, in una maniera unica e speciale.

L'azione, il movimento, appartengono alla volontà. Lo stare coricati sul divano a guardare la tv, passare ore alla console a pigiare pulsanti, scendere dall'auto del genitore sul primo gradino del portone della scuola perchè camminare costa fatica, è scelta che indebolisce “l'acuità visiva” (infatti si perde di vista la propria stella) e che "ottunde l'udito”, sicché non udiamo più il richiamo del futuro. Le forze svaporano, si perde di pressione: si va in de-pressione.

Così mi piace pensare che fu proprio la Volontà che scrisse sul muro di un chiostro di Toledo la famosa frase “Caminantes, no hay caminos, hay que caminar”.

Bene, io per ora sosto qua, fino al prossimo appuntamento, dove vedremo come la volontà si esprime inizialmente nel bambino proprio a livello del camminare.


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