Dicembre: senso dell'Io

Questo calendario sensoriale è giunto al suo dodicesimo appuntamento ed è pronto a ripercorrere il suo ciclo nel nuovo anno, forse ad un livello di consapevolezza maggiore.

Ma in chiusura di questo 2016 mi corre l'obbligo di completare la rassegna delle riflessioni avendo ora per oggetto il senso dell'io. Impresa assai delicata in quanto la divinità di questo olimpo sensorio, il senso dell'io appunto, risulta, proprio in virtù della sua posizione, difficilmente liquidabile con una definizione.

Ma come ogni divinità suprema permea l'esistenza senza mai palesarsi in maniera definita, allo stesso modo il senso dell'io compenetra la quotidianità adulta e le relazioni, nostro malgrado. Voglio cioè dire che tutti abbiamo avuto, più di una volta, percezione della esistenza di questo senso senza sentirci però afferrati con decisione dallo stesso: e' un senso discreto.

Ritengo di poter chiarire l'affermazione attingendo dai dibattiti politici, non ultimi quelli proposti dalla tv.

Quante volte ci domandiamo se colui che parla sia veramente convinto di ciò che afferma, se quanto dice sia un mero escamotage politico, un'affermazione retorica volta a convin- cere l'uditorio o se sia, al contrario, un'effettivo convincimento della persona? È una sorta di dubbio che serpeggia qua e là, fa capolino fra la comprensione e la critica, affiora dalla coscienza e vi si immerge subito dopo.

Al fine di evitare noiose diatribe sull'attualità rimando all'opera di Shakespeare, a quel capolavoro di ars oratoria scritto nel Giulio Cesare definito "L'orazione funebre di Antonio”.

Si tratta del monologo di Marco Antonio per il funerale di Cesare ascoltando/leggendo il quale ci si domanda (come avviene ancora ai giorni nostri in più circostanze): “Chi sta parlando sta veramente dietro a ciò che dice?”. Nel caso citato, come in casi analoghi, occorre restare ben desti per distinguere le apparenze dalla verità, le mistificazioni dalla realtà dei fatti.

Quando ci ritroviamo a fare un tale gioco noi stiamo utilizzando il nostro senso dell'io per percepire l'io altrui. Magia pedagogica! Scopriamo di utilizzare un senso che si riferisce al mio io per cogliere l'io di un'altro!

Convinti in tal modo che anche questo dodicesimo senso ci appartenga tentiamo di comprendere come lo stesso si adoperi.

Va innanzitutto precisato che, grazie al senso dell'io, siamo in grado di percepire che un'altra persona è un << io >>, che il mio interlocutore non è un manichino, bensì un individuo. Purtroppo questo diventa particolarmente chiaro nei litigi che vedono l'un contro l'altro armato un io contro l'altro.

In ogni caso siamo in presenza dell'eccellenza di ciò che nell'essere umano ha a che fare con la socialità, con l'interiorità altrui.

Se tutti i sensi fin qua considerati presuppongono un versante relazionale, (ora col mondo, ora con la propria interiorità), è altrettanto vero che qua si tocca l'essenza di tale versante, come se ogni facoltà precedente non fosse che il frammento di una realizzazione che col senso dell'io finalmente adempie la propria missione nell'ambito squisitamente umano dei rapporti interpersonali.

Come giunge a fioritura il senso dell'io?

Affondando le proprie radici nel terreno dei sensi basali. Più fertile sarà il terreno migliore sarà la fioritura. Ancora una volta gli estremi si toccano sicché il senso maggiormente connesso a quello dell'io è il senso del tatto. Non fu per caso che al senso del tatto, nel lontano gennaio 2016, dedicammo uno spazio abbondante!

Mediante il senso del tatto in un primo momento noi ci chiudiamo entro l'involucro corporeo per separarci dal mondo, identificarci come esseri in sé conchiusi, ed in tal modo poterci poi aprire all'esterno senza perderci. Grazie al senso del tatto stiamo sicuri “di fronte” al mondo.

Poiché il tatto ha una sede fisiologica distribuita su tutto il corpo, nel tempo arriviamo ad identificare il nostro << io >> come un'istanza che alberga dentro di noi.

In realtà l'io non si colloca materialmente dentro il corpo fisico, ma coincide con l'elemento trascendente peculiare all'essere umano, quello che, oltre ogni ragionevole dubbio, ci differenzia dal resto degli animali ed invece che “di fronte” al mondo ci pone “dentro” il mondo.

Più siamo sicuri dentro la nostra corazza tattile, più ci è chiaro il confine tra io e mondo più sarà possibile gestire questa relazione. E solo quando sono io a gestire gli scambi fra -me- e -altro da me-, solo a questo punto posso scegliere di sciogliere il supposto legame fra io e corpo fisico, far tacere la mia “regia” ed incontrare l'io altrui.

Si tratta di non soffermarsi più sulla mia percezione sensibile dell'aspetto, della voce, della tonalità, del contenuto delle parole dell'altro, ma di cogliere con quali qualità l'altro sia presente a se stesso quando mi sta di fronte.

Quando fosse possibile tutto ciò allora le relazioni umane sarebbero permeate da un senso religioso, nell'antica accezione del termine di re-ligare cioè unire insieme. Come disse Rudolf Steiner quando un tal caso avvenisse il darsi la mano nel saluto sarà al contempo una preghiera: “Con il senso dell'io sperimentiamo una scintilla del nucleo divino, immortale che vive nell'altra persona.” (I dodici sensi, di Albert Soesman, Natura e Cultura Editrice, pg. 195)

Cosa accade invece troppe volte? Che quando l'altro mi sta di fronte percepisco l'impressione che fa su di me e in virtù di tale impressione mi sento in un certo senso minacciato e mi oppongo a quello che avverto come un'attacco. Peccato che il mio prossimo subisca identica sorte: ognuno dei due <<io>> si sente in dovere di tutelarsi e ciò che ne deriva è una triste difesa, in cui si cerca di rimetterci il meno possibile invece che godere entrambi del gioco della reciproca scoperta.

Consentire all'altro di rivelarsi e conoscere via via ogni sfumatura dell'altrui individualità è missione tanto gioiosa quanto difficilmente descrivibile.

Tra i professionisti che massimamente trarrebbero vantaggi dal coltivare questo senso dell'io, che possiamo anche definire senso dell'essere, contemplo gli insegnanti. Sappiamo che quando il maestro fa lezione, soprattutto se in maniera tradizionale, l'alunno è chiamato a com-prendere (a prendere con sé) molti contenuti (metodologia discutibile, ma, di fatto, ancora molto in auge).

Si dubita che tale approccio possa essere il più idoneo, ma di certo sortisce il minimo dei risultati attesi quando il docente non è in grado di percepire se i suoi alunni siano <<presenti>>, quando chi sta in cattedra non avverte se la classe effettivamente partecipi interiormente, in poche parole quando il senso dell'io del maestro dorme e la lezione diventa un tedioso monologo.

Ma il senso dell'io serve anche alla mamma (ovvio anche al papà) fin dal rientro dalla clinica per scoprire CHI sia la persona che ha fatto il suo ingresso nella vita. Circostanze meno gioiose invece vedono genitori che, ignari del disagio che spinge il figlio ad assumere “sostanze”, quando il danno è ormai fatto si domandano : “Ma come abbiamo potuto non accorgerci di nulla?”.

Quando il senso dell'io non è attivo tutto può accadere e ciò è ben chiaro a coloro che manovrano la pubblicità attraverso la quale si arriva a percepire come indispensabile qualcosa di superfluo. Educare il senso dell'io dunque significa garantire all'individuo la propria autonomia di giudizio e con essa la propria libertà.

Un presupposto fondamentale per essere in grado, al momento opportuno, di percepire l'altro, è quello di volgere prima di tutto lo sguardo a se stessi, di conseguenza tutto ciò che mi aliena da me stesso va a guastare il processo. Di proposito non mi metto ora ad elencare quali mezzi, strumenti, circostanze, occasioni possano “se-durmi” (condurmi con sé), ma invito a fare un piccolo sincero inventario della propria quotidianità per verificare.

Colori, suoni, odori, sapori, movimenti ci si palesano con un'evidenza tale da richiedere una modesta presenza da parte nostra; viceversa il senso dell'io resta soffuso e permea la nostra vita in maniera tale che per afferrarlo il nostro “esserci” debba attuarsi al massimo.

Il senso dell'io non urla, non reclama attenzione, è il direttore d'orchestra della melodia. Ignorandolo non giungerò mai a cogliere la raffinatezza di quella partitura musicale che è il mio prossimo.

In un periodo storico quale quello attuale che vede, accanto alle diverse e, purtroppo tradizionali, forme di violenza, quelle endemiche del femminicidio, dei maltrattamenti all'infanzia e alla terza età, attuare un'educazione finalizzata ad un sano senso dell'io ritengo possa essere prioritario.


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