Novembre: senso del PENSIERO (o del CONCETTO)

Una dissertazione seria sul pensiero necessiterebbe di molte premesse atte a chiarire sfumature senza le quali si rischia di portare il discorso su un terreno non condiviso.

In questa sede, tuttavia, volendo semplicemente richiamare l'attenzione sull'esistenza, ignota ai più, del senso del pensiero, ritengo possibile un'esposizione di superficie al fine di disporre di una piattaforma di base più ampia sulla quale fondare la riflessione. Ciò non significa che io voglia annacquare il messaggio che l'antroposofia porta agli adulti che si occupano di educazione; mi propongo semplicemente di evitare gineprai filosofici, (indispensabili e non definibili tali invece a coloro che volessero seguire una specifica formazione), e che qua rischiano solo di rendere meno comoda la comprensione.

Propongo dunque di non addentrarci più di tanto nella differenza fra pensiero, idea e concetto, e considerare, per questa volta, tali diverse realtà come equivalenti.

Dall'analisi dei sensi precedenti possiamo immediatamente comprendere come la percezione del fonema si traduca in concetto. Esiste un simpatico lavoro del futurista Francesco Cangiullo che ben dimostra come un semplice fonema (nel caso le vocali) possano essere un mezzo attraverso il quale il concetto prende forma. (Scorrendo gli “Stornelli vocali” è divertente notare come l'emissione di una << A >> corrisponda ad un doloroso stupore, una << E >> comunichi una sorta di rassegnazione, una chiusura un sé stessi e così via per gli altri suoni vocalici...)

In cosa consiste il senso del pensiero, il senso del concetto? Cosa è un concetto?

Per rispondere correttamente dovrei smettere di scrivere...lasciare la pagina bianca.

Il concetto infatti è, di per sé, indefinibile. Abbiamo è vero il concetto di concetto, ma mai si arriva a darne una definizione.

E perchè? Perchè il concetto precede il linguaggio.

Se occorre una prova pensiamo al fatto che diversamente da noi, abitanti di un clima temperato, per i quali l'unico concetto di freddo è l'opposto dell'unico concetto di caldo, gli Yupik dell'Alaska, traendo dal freddo ambiente naturale esperienze di “ghiaccio” molteplici, sono in grado di identificare e nominare in modo diverso almeno 99 formazioni di ghiaccio diverse che originano da 99 diversi concetti dalla realtà “ghiaccio”. Il linguaggio non è il concetto: ne è il veicolo.

L'idea allo stato nascente è infatti priva di parola e le accade ciò che accadde al Genio della lampada: essa ha un “enorme potere cosmico in un minuscolo spazio vitale”.

"Le idee vivono in un mondo fatto di silenzio [...], nessuno mai può esprimere esattamente quello che vuole [...] .

Si inizia a capire l'altro solo quando si cancellano anche le parole che dice."

(A. Soesman, I dodici sensi, pag. 182-3)

Solo a questo livello si giunge alla realtà che sta sopra a tutte le lingue: non una realtà ma LA realtà - per definizione unica ed immutabile e della quale la parola si adopera e fa del suo meglio per trasmettere la sostanza.

Il senso del pensiero è polare al senso basale della vita. Se col senso della vita percepisco il mio livello di ben-essere, grazie al senso del pensiero riconosco la forma che l'altro da al contenuto della propria attività pensante, ma con l'aggiunta di una complicazione: che per farlo devo mettere a tacere tutto ciò che in me è propriocezione.

Più facile a dirsi che a farsi, nella misura in cui una certa nota di pedale, nella quale si aggrovigliano le mie proprie sonorità interiori, può rumoreggiare ed interferire col mio stesso processo di percezione.

Cogliere la forma del pensiero altrui non è competenza che si possa improvvisare: essa è frutto gioioso che va coltivato sul terreno dei sensi basali che, come è stato più volte ribadito, va amorevolmente curato.

Ma per quale motivo esercitare il senso del pensiero?

Se la realtà dei fenomeni sta in questa “sostanza” che chiamiamo concetto, allora tale realtà non può che coincidere con il VERO. E, se tanto mi da tanto, solo un sano senso del pensiero mi dona una armoniosa relazione con la verità del mondo.

Capita sempre più spesso che gli adulti, per un malinteso senso di rispetto dell'infanzia, o per una sorta di egoistica comodità, concedano costantemente ai piccoli di crogiolarsi nella loro infantile illusione di onnipotenza, fatto che non aiuta certo il piccolo ad inserirsi nella realtà del mondo in maniera adeguata. Mi riferisco a circostanze apparentemente innocue, ma che, nel loro quotidiano ripetersi, minano alla base una sana relazione con la vita. Un esempio per tutti:

Siamo fra gli scaffali del supermercato ed il bimbo tende la manina verso la merendina del banco frigo. La mamma la preleva e la introduce, con le altre cose, nel carrello per avviarsi alla cassa ma non fa in tempo ad arrivarci perché immediatamente iniziano le giaculatorie del pargolo che pretende l'immediata soddisfazione della sua voglia di merendina. Così, pur non essendo in evidente stato di denutrizione, il dolcetto viene immediatamente divorato e alla cassa viene battuto il codice di un involucro vuoto, di una festa goduta prima di cominciare. Un episodio cui tutti abbiamo assistito vero? “Ma sono bambini!!!” si giustifica l'adulto che incrocia il mio sguardo perplesso...ESATTO!! E proprio perché bambini vanno protetti dai pericoli, "è assolutamente importante che nel corso dell'infanzia e della giovinezza il senso della vita venga ben allenato. Se siamo sempre e solo accomodanti con i bambini, li viziamo, in modo che non provino mai dolore, più tardi mancherà loro il senso per la verità." (ibid. pag. 184)

Il senso della verità coincide con convinzioni veraci, con concetti veritieri e che il senso della verità sia oggi tanto raro quanto prezioso non è mistero. Ai danni di un approccio educativo che fraintende regolarmente il significato di “tutela dell'infanzia” con la logica del “tutto può fare il bambino tranne che fatica”, si aggiungono le mistificazioni dei media che di proposito falsano le news al punto che è possibile tutto e il suo contrario.

Richiamando l'attenzione sull'approccio educativo vorrei sottolineare che a fronte della necessaria “fatica” che comporta al bambino l'avviarsi alla vita adulta ve ne è un'altra, decisamente indispensabile e che attiene alla “fatica dell'astenersi” dal fare qualcosa.

A costo di divagare dal tema principale porto un secondo esempio, forse banale, sicuramente frequente.

Penso al ragazzino che alle 8.00 entra in aula per le lezioni e che, spergiurando di non aver fatto colazione con cotiche e fagioli, né con zampone e lenticchie, alle 8.23 estrae dallo zainetto il suo mezzo litro di acqua minerale per prenderne un sorsino e che così prosegue ogni poco fino ad esaurimento scorta. L'esiguità del liquido assunto dimostra chiaramente che non si tratta di sete e allora la domanda sorge spontanea “PERCHÈ bevi bambino? È davvero così urgente bere quella dose omeopatica di acqua o puoi aspettare almeno altri 20 minuti quando ci sarà il cambio dell'insegnante? E' proprio necessario bere ogni poco? Non sopravvivi bevendo SOLO ogni 50 minuti?”

Ogni volta che non si è in grado di procrastinare di un minimo la soddisfazione di una minima esigenza l'individuo si indebolisce, perde forze, e con esse perde il senso della realtà, della verità del mondo e dunque di se stesso.

Se nell'adulto educatore si è strutturata la convinzione (e come vedete siamo tornati all'ambito del pensiero) che al bambino nulla si possa chiedere, nemmeno di avere pazienza, il piccolo adotterà un'identica forma mentis, peccato che ad un dato momento ciò gli si rivolterà contro e ben presto “l'impegno” che la vita richiede per diventare individuo efficace ed efficiente sarà troppo per lui.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: in troppi casi si vanno a reclutare le forze necessarie nei paradisi artificiali delle diverse forme di dipendenza o, viceversa, si rinuncia al primo sentore di difficoltà e ci si abbatte, ci si ripiega su se stessi in una dimensione svantaggiosissima che prende il nome di depressione: “Se non abbiamo mai vissuto interiormente dei dolori, non possiamo pervenire al senso per la verità; non possiamo seguire l'altro, arrivare fin dietro il suo mondo delle idee” (ibid. pag. 185)

Va da sé che parlando di “fatica” intendo sempre e comunque un impegno rispettoso dell'età e del temperamento del bambino!! Non imporrò il laboratorio di teatro alla ragazzina che, timida, si sente morire a far udire la sua voce alla compagna di banco, così come non terrò una lezione sul predicativo dell'oggetto in terza elementare.

Ma, riprendendo il nostro tema, in cosa consiste questo mondo dei pensieri, delle idee, dei concetti? Questa “vera verità”?

Come si accennava, la sonorità della parola non ci aiuta e, come sempre, quando il linguaggio non basta, ricorriamo all'immagine. Nella fiaba di Rosaspina la fanciulla giunge nella stanzetta dove trova, intenta a filare con solerzia, una vecchietta. Ciò che nelle fiabe ha a che fare col tessere, il filare, il cucire, è metafora dell'attività pensante e dunque colei che “fila” è colei che pensa. Ma è vecchia, è lassù, molto al di sopra del rumoreggiare, dal bla-bla del mondo. La vecchietta è l'antica Sophia, la saggezza cosmica, l'insieme di tutto il pensabile, di tutti i pensieri cui l'umanità può accedere.

La stanzetta di questa alta torre, la più alta del castello, quella dove sventola la bandiera (antenna super parabolica connessa al cosmo) è il “pensatoio”: qua le parole non servono, dopo l'unica domanda iniziale fra le due non avviene alcun dialogo, ma proprio in questo silenzio del sonoro vive, ad un livello profondo, “addormentato”, ciò che universalmente tutti ci accomuna: “quel sonno che si propagò a tutta la corte” a tutta l'umanità - la facoltà pensante, la logica concettuale che da sempre e per sempre a tutte le latitudini fa degli uomini un solo uomo.

Se nell'immaginazione ognuno è padrone di figurarsi il leone come meglio gli piace, chi nell'atto del ruggire, chi in corsa, chi sdraiato, ecco che nel concetto di “leone” la pensiamo tutti uguale.

Il leone è “quello e quello soltanto” nel pensare di tutti, il concetto è l'universale umano che collega i singoli individui.

Con un sano senso del pensiero incontriamo così lo spirito della verità e in tal modo possiamo percepire il non udibile che sta dietro al sonoro, dietro all'udibile del nostro interlocutore che attraverso lo strumento del linguaggio sta cogliendo LA realtà di un fenomeno e la porta a manifestazione. Quando ciò accade si celebra un miracolo: i rispettivi pensieri diventano uno, perchè le parole non si limitano ad essere nomi.

Dalle riflessioni sul senso della parola sappiamo che parlare è qualcosa che va oltre l'articolazione e la combinazione dei suoni: ora constatiamo che c'è un “linguaggio” che vive solo nel silenzio, solo nella stanzetta sulla più alta torre del castello.

E come disse il poeta:

Il mio discorso più bello e più denso esprime con il silenzio il suo senso.” (Mogol)


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