Ottobre: senso della PAROLA

"...Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.

Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.

Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.

Il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro".

Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra." ( Genesi 11:1-9)

Così il linguaggio delle Scritture.

E c'è del vero in tutto ciò, nella misura in cui in origine il linguaggio era uno, universale, poi differenziatosi tramite una selezione, e successiva combinazione, dei suoni che l'esperienza di ogni gruppo etnico ha convogliato e formalizzato in un codice.

L'episodio della Torre di Babele ci indica come per l'uomo la lingua perse il suo stretto legame con le forze della natura ed il linguaggio divenne una convenzione, al punto da consentire la differenziazione della stessa unica lingua (periodo precedente la costruzione della torre in cui tutti si capivano) nei vari idiomi nazionali.

Evolutivamente esiste prima la lingua e poi il linguaggio.

In principio era ed è “la parola”: l'essere umano non forma il linguaggio dal pensiero, ma impara a pensare dal linguaggio, dall'osservazione del linguaggio sorge il pensiero e per questo motivo il linguaggio è qualcosa di vivo. Esso si manifesta grazie alla combinazione fra la percezione di ciò che internamente l'animo vive e la percezione di ciò a cui l'animo reagisce in seguito alla relazione con l'esterno: “Le parole sono dipinti che rappresentano il mondo interiore ed esteriore.” (A. Baur, I fonemi, Natura e Cultura Editrice, pag.6)

Ma come accennato, non è tutto: il linguaggio è un fenomeno assai complicato e multiforme.

Qual è la “missione” del senso della parola? Per quale scopo ciò che fisiologicamente ha sede nella laringe e viene modulato dalla bocca giunge a realizzare una comunicazione ?

La risposta viene suggerita da una ulteriore domanda: a cosa serve il senso dell'udito se l'altro non parla? Il senso della parola ci induce ad un “vero ascolto” delle parole altrui allo scopo di accogliere ciò che tramite l'espressione verbale l'altro mi porta incontro.

Pedagogicamente dunque l'adulto deve imparare a tacere per percepire la “parola” del bambino che è diversa da ogni altra perchè unica.

Non è complicato convincersi che ogni essere umano risuoni in maniera unica e speciale, ma se il bambino fosse lasciato in balia del proprio “suono” così, come gli nasce naturalmente, resterebbe una “persona” ( dal latino per-sonare= risuonare attraverso); per formare l'individuo è invece necessario che questo risuonare venga strutturato, composto, senza per altro perdere la propria peculiarità, e che, sopratutto, sia ripieno di senso.

È una sfida educativa della quale pochi hanno coscienza.

Il bambino viene compenetrato dalla lingua fin dalla gestazione, ma solo quando la scintilla dell'io accende la facoltà della parola essa diventa linguaggio.

L'esempio opposto si nota in certi casi di autismo, là dove il bambino è verbalizzato, ma resta ecolalico, non compenetrando la parola con la propria coscienza parla, ma non comunica - la parola risulta essere un guscio vuoto fatto di sonorità.

Perchè i segni di un qualunque codice, combinati secondo le opportune regole, possano connettersi ad un referente devono sostanziarsi. A questo criterio risponde, primariamente, il codice linguistico verbale. Questo, dell'assunzione di senso della parola, è un punto nodale in quanto, diversamente dai primordi, quando il linguaggio aveva a che fare con immagini più che con concetti, nella nostra epoca la parola è diventata, per molti, un mero veicolo. Ciò comporta che, in generale, non si presti coscienza al “come dico” ormai troppo distante dal “cosa dico”. Complice la tecnologia la tendenza è di ridurre il linguaggio alla sola funzione denotativa.

La funzione denotativa veicola significati intellettuali, che tendono ad essere neutri ed oggettivi e che pertanto svolgono una mera funzione informativa.

Questa tendenza, per un verso triste, risulta persino necessaria alla comunicazione fra adulti. Lascerebbe infatti perplessi chi, nella quotidianità, volendo indicare un luogo isolato su un'altura dovesse esprimersi dicendo “sempre caro mi fu quest'ermo colle...” ma la stessa attitudine diventa pericolosa se adottata nell'educazione del bambino. Perchè?

Lo sviluppo del bambino, si sa, ripercorre lo sviluppo della specie. Nel corso della crescita si passa quindi, ben presto, da un linguaggio primordiale fatto di gesti che diventano suoni che a loro volta veicolano immagini, ai concetti. Se non si rispetta questa fisiologica sequenza il processo di astrazione non avrà fondamenta sulle quali strutturarsi in maniera vantaggiosa.

La logica è prima un sentimento che solo in seconda istanza viene confermato dall'intelletto! Henning Koehler sottolinea come esista una comprensione pre-concettuale, un “sentire conoscente” che consente al bambino di accogliere i pensieri prima di essere in grado di pensare.

Così, se l'adulto non si limita a comunicazioni di servizio, se evita gli “spiegoni” intellettivi per riempire la sua parola di senso, se il dire dell'educatore pone in armonia il cosa e il come, se c'è un nesso fra sonorità e pensiero, se il pensiero adulto viene rivestito dalla sostanza delle immagini, allora si educa in maniera vantaggiosa il senso della parola e con esso la futura facoltà pensante.

I pensieri non possono essere trasmessi allo stato nascente, essi devono inserirsi nel linguaggio per giungere all'ascolto, ma appunto, il linguaggio vuole essere “vivente” e per essere tale va arricchito di valenze connotative.

Quando la mamma dice “C'era una volta...” invita il piccolo a comprendere una situazione. All'inizio sarà una comprensione sognante, ma proprio su questa base di “sogno” al momento opportuno (ed ogni bambino ha il proprio) radicheranno domande quali “ Cosa vuol dire? Cosa è? Cosa hai detto?...” e dal com-prendere il sano senso della parola farà sorgere il capire.

Che dire del senso della parola dal punto di vista sociale?

Abbiamo già detto che il linguaggio archetipico è andato perduto con la conseguente confusione delle lingue. Che sia compito nostro superare tale confusione affinchè il linguaggio non sia legato ad un'unica etnia? Che gli odierni fenomeni migratori abbiano a che fare anche con questi aspetti? Difficile rispondere e quand'anche così fosse è difficile individuare una strategia volta a questo fine.

Un tentativo in tale direzione venne a suo tempo tentato dall'oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof con l'Esperanto. La principale caratteristica di questa lingua dal punto di vista ideologico è la sua neutralità, valore per il suo ideatore auspicabile proprio per renderla universale. Ma è proprio tale neutralità che, paradossalmente, ne ha decretato il limitato successo. È vero infatti che dietro al linguaggio si cela un mistero profondo che riguarda la sua origine. La Parola è un dono degli Dei e qualunque lodevole tentativo che sorga dal “basso” è destinato a restare ... un tentativo.

Portiamo a coscienza dunque che noi adulti, mai come nell'educare il senso della parola, siamo “collaboratori degli Dei”...

A chi comprende il senso della lingua il mondo si svela in immagine; a chi sente l’anima della lingua il mondo s’apre in quanto essere; a chi vive lo spirito della lingua il mondo dona forza di saggezza; a chi sa amare la lingua essa stessa conferisce la sua potenza; così io voglio volgere cuore e pensiero verso lo spirito e l’anima del Verbo. E nell’amor per lui infine totalmente risentir me stesso. (Rudolf Steiner, Parole di verità)


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