Giugno: senso del GUSTO

Se con il senso dell'olfatto siamo in qualche modo costretti a subire “l'invasione di campo” dell'ambiente (non avendo la possibilità delle foche di chiudere il naso se non con le dita), il senso del gusto ci permette di decidere il se, il quando, il come e il cosa.

Infatti gusto e olfatto attengono ad ambiti completamente diversi.

Tramite il senso dell'olfatto l'esperienza del mondo ci invade e pervade là dove la possibilità di esperire diventa del tutto personale in relazione al senso del gusto.

Gustare è un fatto del tutto intimo e privato.

Lo vediamo con grande chiarezza nel neonato allattato al seno che “fonde” tutto il suo essere con la zona sede dell'organo fisiologico del gusto: la bocca.

Il senso del gusto è l'intermediario fra l'uomo e il nutrimento. Se il cibo non avesse un gusto rischieremmo di non nutrirci a sufficienza con gravi conseguenze

(ipogeusia- ageusia).

Ma la natura ci circonda di sapori e grazie a questi la possibilità di assumere il mondo dentro di noi si trasforma in un' esperienza pregna di significato. Il gusto è il guardiano della soglia che segnala l'ingresso del “forestiero” nello spazio interiore.

Purtroppo in questa nostra epoca di cultura il senso del gusto è fra i più compromessi: è un fatto che non siamo più in grado di valutare se quanto gustiamo sia benefico alla salute o la danneggi. Al contrario questa facoltà è ancora molto attiva presso gli animali: nessun erbivoro si rivolge all'A.S.L per verificare la commestibilità dei vegetali di cui si nutre perché da solo sa perfettamente cosa può o non può ingerire.

Proprio con l'aiuto del gusto in passato gli esseri umani scoprirono le diverse medicine. I primi raccoglitori di erbe assaggiavano e percepivano su quale organo, distretto o funzione, agiva un determinato vegetale. Oggi noi siamo certamente in grado di riconoscere i sapori, ma dagli stessi non riusciamo più a ricevere la conoscenza necessaria a garantirci la salute.

Su questa triste condizione dell'uomo moderno basano la loro fortuna le catene di fast food e le ditte produttrici di junk food. (Molto interessante sarebbe approfondire la riflessione in questa direzione, ma questo richiederebbe uno spazio che qua sarebbe esagerato.)

Se fisiologicamente le papille discriminano cinque principali sapori (dolce / acido / amaro / salato / umami o sapido) è anche vero che gli stessi svolgono una sorta di iniziazione ai “casi della vita”. Come potremmo mai sopravvivere senza esperienze di dolcezza? E per contro: come potrà fortificarsi un bambino cui non venga offerto, a tempo debito, qualche boccone amaro? Senza le necessarie forze non è possibile alcuna evoluzione, non si realizzano le autonomie e si rischia di restare "mossi dall'esterno".

Ricordiamo l'episodio di Pinocchio che discute con la Fatina rifiutandosi di assumere la medicina amara che gli avrebbe fatto superare l'ostacolo della malattia. Solo di fronte all'imminenza della morte accetta l'amarezza della sua condizione di burattino, beve l'amaro calice e cosa dice? "Mi ha rimesso al mondo!"

– Dunque la mia medicina t’ha fatto bene davvero?

– Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!

Gusto AMARO = educa il volere

Ed è proprio stando nel mondo che avrà l'opportunità di passare da uno stadio vegetale (il burattino di legno) a quello umano (il bambino vero).

A onor del vero c'è anche un precedente che non manca di dare le giuste indicazioni al nostro Pinocchio: l'episodio delle pere. Pinocchio ha i piedi distrutti dal braciere, ha passato una notte orribile ed ha molta fame. Geppetto, appena rientrato, gli offre tre pere delle quali il burattino rifiuta la buccia per divorare immediatamente il morbido dolce della polpa, tranne poi risolversi a provare il sapore allappante delle bucce e alla fine anche quello più impegnativo dei torsoli. Interessante sottolineare che solo dopo essere passato per questa simulazione dei “casi della vita”, (espressione che Geppetto reitera tre volte in questa circostanza), può dire: "Ora sì che sto bene!"

- Pazienza! - disse Pinocchio - se non c’è altro, mangerò una buccia... - e cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batté tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:

- Ora sì che sto bene! -

Gusto DOLCE = agisce sul benessere

Cominciamo così ad intuire che educare il senso del gusto dei nostri piccoli è qualcosa che va ben oltre un mero effetto collaterale del nutrirli o che, se di nutrimento vogliamo parlare, dobbiamo allargare l'accezione del vocabolo ad un ambito ampio che comprenda un nutrirli a tutto tondo.

Nutriamo i bambini con lo sguardo, con i gesti, con le parole e con gli atteggiamenti che, come il cibo, possono essere dolci, amari, acidi e "salaci". Chi non ha fatto esperienza di certe critiche aspre? Di dolci carezze? Di verità amare?

Ed anche qua c'è misura e misura perchè c'è effetto ed effetto.

Tutti siamo in grado di mangiare una tazza di cioccolato con panna, ma nessuno potrebbe mangiarne la stessa quantità se al posto dello zucchero ci fosse identica dose di sale.

Ed è comprensibile. Mentre la dolcezza agisce sulla parte dell'anima che tende al piacere e all'agio e che per questo motivo non giunge totalmente alla coscienza, il salato risveglia. Nessuno resta incosciente a fronte, per esempio, di punizioni che non per nulla possono essere salate oltre che care!

Ma come nel cibo non abbondiamo col sale e lo aggiungiamo invece in quantità tale da consentirgli di passare inosservato mettendo in risalto il sapore intrinseco degli alimenti, allo stesso modo la formazione dell'essere umano non dovrà essere caratterizzata dal sale delle lacrime, ma nemmeno da esperienze così insipide da rendere la vita senza sapore!

E quali sono le esperienze che danno sapore alla vita? Quelle nelle quali posso essere protagonista, quelle dove provo il gusto del fare, quelle in cui l'esperire vince sull'ascoltare (gli spiegoni ex cathedra) e vince sul vedere (lo schermo tv, il display, il monitor, etc).

Ancora un parallelo.

Nello svezzamento, e non a caso, il sale è l'ultimo sapore che si inserisce nella pappa e poiché, come si è visto, il sale sveglia non si abbia fretta di svegliare il bambino con un insegnamento precocemente intellettivo che pretenda di aumentargli il sale in zucca.

Detto fuor di metafora: non è consigliabile sapere leggere e scrivere in corsivo e stampatello per le vacanze di Natale in prima classe, come non è sano confrontarsi con l'esperimento di Galilei nel duomo di Pisa in seconda o studiare come funziona il Consiglio Europeo in classe quarta.(*)

Il sale nella zucca del bambino è presente nella esatta quantità che la natura ha previsto: si chiama intelligenza. E quando l'educatore si illude di aggiungerne dall'esterno iperstimolando i piccoli con astratte attività forzose, forzate e forzanti, in realtà svincola l'intelligenza dall'intelletto e l'apprendimento diventa indigesto, come la tazza di cioccolata con panna al sale! Si cresce convinti che il cibo educativo sia dis-gustoso e ci si difende come si può, dall'inappetenza conoscitiva (per cui ben presto gli apprendimenti scolastici danno nausea) al disturbo oppositivo della personalità e del comportamento ( D.O.P.) con gravi conseguenze sul piano didattico e clinico.

Il sale è dunque connesso all'attività pensante.

Come non mangiamo cucchiaiate di sale e ci limitiamo ad usarlo come indicano le ricette “q.b.” (quanto basta) allo stesso modo il pensare non può essere fine a se stesso in quanto il pensiero va posto al servizio della comprensione del mondo. Osservo la realtà, la rifletto dentro di me e grazie al pensiero che condisce la mia osservazione empirica posso giungere alla conoscenza.

E l'acido? Se non esistesse dovremmo inventarlo...

Anche il sapore acido comporta uno sforzo di sopportazione e inserito nelle pappe al momento opportuno, sempre dopo il dolce, fortifica il bambino facendogli vivere, a livello fisiologico, l'esperienza della tolleranza. Sempre ci saranno nel corso della biografia aspre circostanze, caratteri acidi, sguardi acri che verranno incontro e sarà vantaggioso disporre degli strumenti relazionali per evitare controproducenti astiosità.

Rudolf Steiner ha dato indicazioni pedagogiche al fine di coltivare nell'essere umano il senso del buono, del bello e del vero. Così a partire dalle pappe dolci (a base di zucchina, carota, magari con l'aggiunta di una fetta di mela: per dolci non si intende con aggiunta di zuccheri!) passando per l'amarezza dei primi NO (dall'aspra contesa dei giocattoli alla scuola dell'infanzia e via via fino all'ingresso nella scuola primaria), il piccolo assapora ciò che lo circonda e gli faremo un meraviglioso regalo se alla fine del primo settennio facendo il suo primo bilancio gustativo potrà dire "Il mondo è buono!".

Mi corre l'obbligo di sottolineare però che il buono è solo il precursore del bello che a sua volta, Plato dixit, "è lo splendore del vero”.

Se ne deduce che quando si tratta di buon gusto si addita all'intima connessione del buono e del bello e al fatto che il senso del bello non può fiorire là dove il buono non ha radicato. Così la domanda sorge spontanea: come intervenire educativamente, fin da subito, per evitare l'ormai dilagante pessimo gusto del quale le giovani generazioni stanno subendo il carico?

Mi riferisco a numerosi ambiti, da quelli più vistosi del look (abbigliamento, tatuaggi, piercings, creste capellute, proposti come canoni di riferimento cui adeguarsi) alle immondizie artistiche spacciate per frutto dell'ingegno umano (musicali, letterarie, pittoriche, etc.) alla fatiscenza della maggior parte degli edifici scolastici nei quali passano la meglio gioventù.

Allora come compito a casa consiglio di meditare una volta di più sulla poesia di Dorothy Law Nolte tradotta in italiano col titolo I bambini imparano ciò che vivono, in tal modo sarà sempre più chiaro alle nostre coscienze di educatori che il percorso evolutivo che va “dal latte materno alla carbonara” passa attraverso una via del gusto della quale il sostrato fisiologico è solo la prima tappa.

Nelle nostre scuole statali ai docenti vengono caldeggiati aggiornamenti sui saperi irrinunciabili ed è cosa condivisibile a patto che si faccia precedere la riflessione sui SAPORI irrinunciabili!

(*) gli esempi riportati non sono invenzioni di chi scrive bensì argomenti realmente svolti come indicato.


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